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Eolie – Racconto ispirato ad Alicudi, una montagna emersa dal mare

Alicudi appariva all’orizzonte come un cono scuro, una montagna emersa dal mare per puro capriccio degli dei.

Non c’erano strade, solo sentieri che si arrampicavano come vene sulla pelle dell’isola, e ogni passo sembrava un patto silenzioso con la fatica.

Le capre, quelle sì, dominavano tutto. Le vedevi spuntare dove nessun umano avrebbe osato mettere piede: su creste taglienti, su terrazze di pietra sospese nel vuoto, su gradini antichi che sembravano scolpiti più dal vento che dalle mani. Erano loro le vere custodi dell’isola, creature libere e testarde, capaci di guardarti dall’alto con un’aria che mescolava sfida e indifferenza.

Quel giorno il mare era una lastra increspata di blu scuro, e il vento portava l’odore delle ginestre e della salsedine. Il protagonista — un viaggiatore arrivato quasi per caso — si ritrovò a seguire una capra dal manto chiaro lungo un sentiero che si stringeva sempre più. Sembrava che l’animale lo stesse guidando verso un punto preciso, come se volesse mostrargli un segreto dell’isola.

Arrivarono a una terrazza naturale, un balcone affacciato sull’infinito. Da lì, Alicudi rivelava la sua anima: un luogo dove il tempo non corre, ma respira. Dove ogni rumore è un’eco lontana. Dove l’uomo non comanda, ma impara.

La capra si fermò, lo guardò un istante, poi sparì tra i cespugli come un’ombra. Il viaggiatore rimase solo, con il mare sotto di lui e il cielo che sembrava più vicino. In quel silenzio capì che l’isola non si lascia raccontare facilmente: bisogna salirci, sudarla, ascoltarla. E soprattutto accettare che, ad Alicudi, gli unici veri padroni sono loro: le capre che osano dove gli uomini esitano.

Il sentiero continuava a salire, e con esso la sensazione di essere entrato in un mondo che non aveva fretta di accoglierlo. Ogni tanto incrociava qualcuno: una donna con le sporte della spesa appese al basto di un asinello, un uomo che sistemava pietre crollate da un muretto, un ragazzo che scendeva con passo sicuro, come se quelle scale le avesse nel sangue. Tutti salutavano con un cenno breve, senza curiosità né diffidenza. Ad Alicudi si era abituati a vedere arrivare e ripartire la gente.

Il viaggiatore si fermò davanti a una piccola terrazza coltivata. Una signora anziana stava legando i rami di un pomodoro che il vento aveva piegato. Aveva mani forti, scure di terra.

«È arrivato con la corsa del mattino?» chiese senza alzare lo sguardo. «Sì.» «Allora è stato fortunato. Ieri il mare non ha fatto passare niente.»

Era una frase comune sulle isole, ma qui assumeva un peso diverso. L’isolamento non era un fastidio: era una condizione naturale, quasi un carattere dell’isola stessa.

Riprese a salire. Le capre ricomparvero più avanti, tre questa volta, ferme su un gradino alto, come se stessero valutando il nuovo arrivato. Una di loro scese di qualche passo, poi si fermò, immobile. Non c’era nulla di mistico: erano animali abituati a muoversi ovunque, eppure il loro modo di occupare lo spazio dava l’impressione che fossero loro a decidere chi potesse passare.

Arrivò finalmente a una piccola casa bianca con le persiane azzurre. L’aveva affittata per qualche giorno, un rifugio semplice con un tavolo di legno e una finestra che guardava il mare. Appoggiò lo zaino, aprì le imposte e lasciò entrare la luce.

Il silenzio era totale, interrotto solo dal vento e dal rumore lontano di una campana legata al collo di una capra. Nessun traffico, nessuna voce, nessun rumore di fondo. Solo l’isola, nuda e verticale, che sembrava dire: qui si vive così, se ti va.

Sedette sul gradino della porta, guardando il mare che si stendeva come un foglio blu scuro. Non sapeva ancora cosa cercasse davvero ad Alicudi. Ma intuiva che, per capirlo, avrebbe dovuto imparare a rallentare, a salire quei gradini senza fretta, a convivere con il vento e con la solitudine che qui non era un peso, ma una forma di ordine.

E forse, pensò, anche a farsi accettare dalle capre.

Da un estratto di Gianni  Bonina